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Fotografia di guerra, documentario TV.
Sia che siate dei professionisti o degli amatori, vi consiglio di vedere questo documentario. Si tratta di un filmato realizzato da una troupe della Warner Brothers e la rete CBS.
Zoriah e Alissa, due fotoreporters, sono stati seguiti per due settimane a Gaza e in Cisgiordania. Le riprese sono state realizzate per un nuovo programma televisivo, “In Harm’s Way”, il quale consiste nel documentare le persone che svolgono un mestiere pericoloso al fine di rendere migliore la società di oggi.
Il filmato è diviso in 5 parti. Cercate di non far caso ai “clack clack” finti inseriti in fase di montaggio, sono terribili. Piuttosto fate caso alle differenze, tra lui e lei, nello stile, attrezzatura e qualità delle fotografie.
Intervista a Eammon McCabe, photo editor per Phaidon.

Copertina di DECADE.
Phaidon ha recentemente pubblicato DECADE, il primo di una serie di libri composti da reportage fotografici. L’editore si prepone come obbiettivo quello di pubblicare ogni decennio un volume aggiornato di questa raccolta. Selezionare le immagini che richiamano gli eventi mondiali più importanti di un decennio, come potete immaginare, non è un’impresa facile. Benché la tecnologia digitale consenta di catalogare e ricercare facilmente le immagini, questo ha anche aumentato esponenzialmente il numero di fotografie prodotte. Come riuscire allora a selezionare solo un paio di fotografie per un evento?
Per riuscire nell’impresa, Phaidon si è rivolta a Eammon McCabe, un premiato photo-editor e fotografo che ha guidato il dipartimento di fotografia al The Guardian per 13 anni, dal 1988 al 2001.
Consci del fatto che scegliere delle fotografie per un libro di questo genere sia ben diverso dal selezionare delle immagini per delle notizie di cronaca, abbiamo fatto a McCabe qualche domanda riguardo il suo metodo di lavoro.
PDN: Hai iniziato con una precisa cronologia di eventi oppure con le fotografie?
EM: Entrambe le cose. Storicamente è molto preciso. Sono stato affiancato da un gruppo di storici che hanno selezionato i fatti più importanti. Molti eventi che si succedono in un decennio possono essere ritenuti significativi, ma non aveva senso pubblicare delle immagini solo perché era successo qualcosa. Mi interessava realizzare un prodotto qualitativamente ottimo con delle fotografie estremamente buone.
PDN: Quali sono stati i criteri nella scelta delle immagini per il libro?
EM: Una fotografia di alto livello si distingue dalle altre quando anche dopo anni riesce a mantenere costante nel tempo la sua intensità. Un esempio lampante è la fotografia del 2004, realizzata subito dopo lo Tsunami in Asia, dove una donna viene ritratta mentre trova il figlio morto in mezzo a centinaia di cadaveri. Per me quella immagine riassumerà per sempre quell’evento catastrofico.
Le persone che sfoglieranno questa raccolta si stupiranno scoprendo che alcune di queste cose siano appena accadute in questi dieci anni.

© Peter Macdiarmid/Getty Images - July 7, 2005 Londra
PDN: La scelta delle immagini per questo libro è stata differente rispetto alla scelta che si fa quanto si illustra una notizia?
EM: Le notizie di cronaca tendono sempre ad essere molto grezze. Dopo avere fatto una panoramica della vicenda, le fotografie vengono messe in prima pagina, sperando di poterle sostituire durante la notte con qualcosa di meglio. Nel 1988, dopo la tragedia aerea del Lockerbie, la prima foto che ricevetti fu di un cottage sfocato in fiamme. Probabilmente non era una meravigliosa fotografia, ma in quella notte era stata l’immagine migliore perché era stata realizzata proprio dove era caduto l’aereo. Per il libro invece avevamo bisogno di fotografie di grosso impatto visivo, per questo fotografie del genere non andavano bene.
Oggi stiamo vivendo un periodo molto particolare: non importa come e quanto crude siano le fotografie di cronaca che vengono realizzate. Ci capitò una fotografia dell’attentato terroristico a Londra nel 2005 sul treno della metropolitana, dove qualcuno ha avuto la calma di fare una fotografia con il telefono cellulare. Sarebbe dovuto scappare probabilmente, ma ha avuto la forza di volontà di scattare una fotografia. Non si trattava certo di capolavoro, ma era stata realizzata dal posto giusto. Neanche questa venne scelta.
PDN: Le immagini realizzate dai comuni cittadini sono un importante contributo al fotogiornalismo, oppure pensi che ribadiscano il valore dei fotogiornalisti professionisti?
EM: Penso che una buona fotografia sia una buona fotografia, sia se è stata realizzata da un dilettante sia da un professionista con l’attrezzatura più costosa che esista. Per quanto riguarda le immagini sullo tsunami ad esempio molte persone hanno realizzato delle fotografie dai balconi degli alberghi, ma naturalmente non sono state utilizzate. Se avessi avuto un giornale le avrei scelte, ma stavamo realizzando un libro.
Lo stesso è successo a New York dopo la tragedia dell’11 settembre: tutti hanno visto le spaventose fotografie delle persone che si gettavano dagli edifici o degli aerei colpire le torri, ma quelle pubblicate furono le fotografie realizzate tra le macerie del fotografo Joel Meyerowitz.
PDN: Insomma ogni tipo di fotografia ha il suo posto.
EM: Non avrei mai potuto mettere solo immagini di cronaca. Se spendi una discreta quantità di soldi per comprare un libro non ti aspetti fotografie amatoriali, ma un prodotto di alta qualità. Forse si potrebbe realizzare un altro libro esclusivamente con immagini crude, piene di enfasi, sfocature e via dicendo, ma sono altrettanto sicuro che la gente si aspetta di vedere altro. Penso che quelle fotografie siano perfette per i giornali e la televisione, nient’altro.
PDN: Quali sono state le tue fonti?
EM: Ho iniziato all’interno di Phaidon insieme ad altre due persone. Poi ho analizzato ogni agenzia, ogni fotografo e ancora altre persone mi mandavano dischi straripanti di fotografie.
Quando Phaidon ha realizzato CENTURY, un libro fotografico sul 1900, è stato un lavoro tremendamente più pesante rispetto al nostro. Il grande Bruce Bernard dovette andare in giro per una marea di agenzie con i guanti bianchi, passando in rassegna milioni di stampe 15 x 12. Io ho avuto il lusso di avere il 99% di questo materiale disponibile a schermo e per questo sarò sempre grato i tanti picture desk che si occupano giornalmente di aggiornare gli archivi.
Quando si lavora a stretto contatto con agenzia fotografiche come Magnum o Gettyimages si è in una botte di ferro. Negli ultimi anni la situazione è migliorata, ma stiamo parlando sempre di una copertura vastissima su tutti gli eventi mondiali più importanti. Poi ci siamo affidati molto al World Press Photo, pensavo che se una fotografia fosse abbastanza buona per vincere questo premio allora poteva sicuramente fare al caso nostro. Abbiamo usato spesso i secondi e terzi arrivati.
Da qualche parte c’era sempre qualcuno che diceva: “Ho una fotografia migliore di quell’evento”. Tuttavia se non avevo avuto modo di vederla c’era qualche ragione. Suppongo il problema maggiore sia investire nelle persone che si occupano dell’archivio. Se c’è una cosa che ho imparato è che non c’è figura professionale più importante dei photo editors addetti agli archivi. Naturalmente i fotografi professionisti sono i veri eroi, ma se le immagini non sono disponibili per essere consultate in giro per il mondo, backups, parole chiave e via dicendo, tutto il lavoro diventa inutile.
PDN: Hai imparato qualcosa di nuovo sul fotogiornalismo?

© Adam Ferguson/VII Mentor - Kunar, Afghanistan.
EM: Ho ritrovato la passione dei fotografi che, a distanza di anni, non cessa mai di stupirmi. Queste persone si trovano in luoghi che ne io ne tu ci sogneremmo mai di essere. Alcune delle immagini che mi hanno più colpito sono arrivate da Haiti, c’era sempre qualcosa di incredibile dietro le fotografie realizzate, qualcosa che nessuno aveva mai visto. Sono semplicemente orgoglioso di sapere che là fuori ci sia ancora un gruppo di professionisti che curano con passione il loro lavoro, anche a costo della propria vita.
L’articolo originale è stato scritto e realizzato da Photo District News. Se volete potete trovarlo in lingua originale qui.
Istantanee dal mercato fotografico italiano.
“Ho lavorato in Italia e in tutta Europa, così come negli Stati Uniti, e ho capito che il virus che ha infettato il settore della fotografia fa parte di un’epidemia globale. Non sono sicuro riusciremo a trovare una cura in tempi brevi. – [...] – In questo articolo vorrei condividere tre istantanee salienti riguardo il mercato della fotografia in Italia.
1. Qualche settimana fa ho soggiornato a casa di un amico vicino a Roma. E’ un fotogiornalista e ha 60 anni. Era appena tornato a casa dall’Afghanistan, dove si era integrato con l’esercito italiano, e portava con se delle fotografie incredibili. Rimasi molto affascinato dalle storie di questo fotografo e dalla sua conoscenza riguardo la complessa situazione politica in Afghanistan.
Un paio di giorni dopo, parlando con un amico comune, chiesi dove il fotogiornalista prevedeva di far pubblicare le sue fotografie, ma la risposta mi stupì: “Da nessuna parte”. Non solo non era riuscito a trovare un acquirente, ma non riuscì neanche a trovare qualcuno che pubblicasse gratuitamente il suo reportage. Persino il quotidiano con cui aveva collaborato per anni gli rispose banalmente che avevano finito il loro spazio a disposizione;
2. Uno dei miei amici è fotografo di viaggio. Ci incontrammo in un laboratorio fotografico molto tempo fa, quando sviluppare una pellicola era tutt’altro che un inferno in confronto a oggi. Lui ha sempre messo un grande impegno nel suo lavoro, dimostrando l’enorme attenzione verso particolari. Negli anni ha avuto modo di fotografare tutti di tipi di luci e ombre, colori e luoghi remoti che la maggior parte di noi ha solo sognato.
L’ultima volta che abbiamo avuto modo di confrontarci ero rimasto stupito da una vicenda che gli era capitata: gli erano state rifiutate varie pubblicazioni da parte del suo storico editore. La cosa “migliore” che era riuscito a far pubblicare era stata un viaggio a Cuba che pagò 500 dollari, ma che voleva molto meno in termini di qualità;
3. Recentemente un’amica fotografa commerciale ha terminato un incarico per una società italiana. Purtroppo non è andata come sperava. Era rimasta particolarmente colpita dal lavoro perché ammirava le parole del titolare della società. Si parlava di fare la differenza, di qualità e via dicendo. Il giorno del servizio, dopo aver preparato il corpo macchina, luci e filtri, la fotografa era pronta a ritrarre i prodotti. Prima che potesse iniziare a scattare però l’imprenditore la fermò: “Voglio solo un paio di foto per una brochure, niente di complicato”. L’uomo d’affari cui piaceva parlare di qualità non aveva la minima idea di cosa significasse un servizio fotografico professionale. Volle fare in fretta in modo da potere spendere il meno possibile per il servizio.
Queste tre istantanee non sorprenderanno i fotografi Statunitensi, Europei o di tutto il mondo. Come ho già detto non sono sicuro ci sia una soluzione a questa situazione per il momento, ma se continuiamo su questa strada di sicuro anche noi potremo avere di questi problemi.”
Questa testimonianza è stata scritta e pubblicata da Daniel Kevorkian su Black Star Rising. Ho ritenuto importante condividerla con voi poiché secondo me è fondamentale sapere in cosa possiamo incappare svolgendo questo mestiere.

